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 INFERNO CANTO 25

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MessaggioTitolo: INFERNO CANTO 25   Dom Feb 08, 2009 12:41 am

25. 1 Al fine de le sue parole il ladro
25. 2 le mani alzò con amendue le fiche,
25. 3 gridando: «Togli, Dio, ch'a te le squadro!».

25. 4 Da indi in qua mi fuor le serpi amiche,
25. 5 perch'una li s'avvolse allora al collo,
25. 6 come dicesse "Non vo' che più diche";

25. 7 e un'altra a le braccia, e rilegollo,
25. 8 ribadendo sé stessa sì dinanzi,
25. 9 che non potea con esse dare un crollo.

25. 10 Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi
25. 11 d'incenerarti sì che più non duri,
25. 12 poi che 'n mal fare il seme tuo avanzi?

25. 13 Per tutt'i cerchi de lo 'nferno scuri
25. 14 non vidi spirto in Dio tanto superbo,
25. 15 non quel che cadde a Tebe giù da' muri.

25. 16 El si fuggì che non parlò più verbo;
25. 17 e io vidi un centauro pien di rabbia
25. 18 venir chiamando: «Ov'è, ov'è l'acerbo?».

25. 19 Maremma non cred'io che tante n'abbia,
25. 20 quante bisce elli avea su per la groppa
25. 21 infin ove comincia nostra labbia.

25. 22 Sovra le spalle, dietro de la coppa,
25. 23 con l'ali aperte li giacea un draco;
25. 24 e quello affuoca qualunque s'intoppa.

25. 25 Lo mio maestro disse: <<Questi è Caco,
25. 26 che, sotto 'l sasso di monte Aventino,
25. 27 di sangue fece spesse volte laco.

25. 28 Non va co' suoi fratei per un cammino
25. 29 per lo furto che frodolente fece
25. 30 del grande armento ch'elli ebbe a vicino;

25. 31 onde cessar le sue opere biece
25. 32 sotto la mazza d'Ercule, che forse
25. 33 gliene diè cento, e non sentì le diece>>.

25. 34 Mentre che sì parlava, ed el trascorse,
25. 35 e tre spiriti venner sotto noi,
25. 36 de' quai né io né 'l duca mio s'accorse,

25. 37 se non quando gridar: <<Chi siete voi?>>;
25. 38 per che nostra novella si ristette,
25. 39 e intendemmo pur ad essi poi.

25. 40 Io non li conoscea; ma ei seguette,
25. 41 come suol seguitar per alcun caso,
25. 42 che l'un nomar un altro convenette,

25. 43 dicendo: «Cianfa dove fia rimaso?»;
25. 44 per ch'io, acciò che 'l duca stesse attento,
25. 45 mi puosi 'l dito su dal mento al naso.

25. 46 Se tu se' or, lettore, a creder lento
25. 47 ciò ch'io dirò, non sarà maraviglia,
25. 48 ché io che 'l vidi, a pena il mi consento.

25. 49 Com'io tenea levate in lor le ciglia,
25. 50 e un serpente con sei piè si lancia
25. 51 dinanzi a l'uno, e tutto a lui s'appiglia.

25. 52 Co' piè di mezzo li avvinse la pancia,
25. 53 e con li anterior le braccia prese;
25. 54 poi li addentò e l'una e l'altra guancia;

25. 55 li diretani a le cosce distese,
25. 56 e miseli la coda tra 'mbedue,
25. 57 e dietro per le ren sù la ritese.

25. 58 Ellera abbarbicata mai non fue
25. 59 ad alber sì, come l'orribil fiera
25. 60 per l'altrui membra avviticchiò le sue.

25. 61 Poi s'appiccar, come di calda cera
25. 62 fossero stati, e mischiar lor colore,
25. 63 né l'un né l'altro già parea quel ch'era:

25. 64 come procede innanzi da l'ardore,
25. 65 per lo papiro suso, un color bruno
25. 66 che non è nero ancora e 'l bianco more.

25. 67 Li altri due 'l riguardavano, e ciascuno
25. 68 gridava: «Omè, Agnel, come ti muti!
25. 69 Vedi che già non se' né due né uno».

25. 70 Già eran li due capi un divenuti,
25. 71 quando n'apparver due figure miste
25. 72 in una faccia, ov'eran due perduti.

25. 73 Fersi le braccia due di quattro liste;
25. 74 le cosce con le gambe e 'l ventre e 'l casso
25. 75 divenner membra che non fuor mai viste.

25. 76 Ogne primaio aspetto ivi era casso:
25. 77 due e nessun l'imagine perversa
25. 78 parea; e tal sen gio con lento passo.

25. 79 Come 'l ramarro sotto la gran fersa
25. 80 dei dì canicular, cangiando sepe,
25. 81 folgore par se la via attraversa,

25. 82 sì pareva, venendo verso c
25. 83 de li altri due, un serpentello acceso,
25. 84 livido e nero come gran di pepe;

25. 85 e quella parte onde prima è preso
25. 86 nostro alimento, a l'un di lor trafisse;
25. 87 poi cadde giuso innanzi lui disteso.

25. 88 Lo trafitto 'l mirò, ma nulla disse;
25. 89 anzi, co' piè fermati, sbadigliava
25. 90 pur come sonno o febbre l'assalisse.

25. 91 Elli 'l serpente, e quei lui riguardava;
25. 92 l'un per la piaga, e l'altro per la bocca
25. 93 fummavan forte, e 'l fummo si scontrava.

25. 94 Taccia Lucano ormai là dove tocca
25. 95 del misero Sabello e di Nasidio,
25. 96 e attenda a udir quel ch'or si scocca.

25. 97 Taccia di Cadmo e d'Aretusa Ovidio;
25. 98 ché se quello in serpente e quella in fonte
25. 99 converte poetando, io non lo 'nvidio;

25.100 ché due nature mai a fronte a fronte
25.101 non trasmutò sì ch'amendue le forme
25.102 a cambiar lor matera fosser pronte.

25.103 Insieme si rispuosero a tai norme,
25.104 che 'l serpente la coda in forca fesse,
25.105 e il feruto ristrinse insieme l'orme.

25.106 Le gambe con le cosce seco stesse
25.107 s'appiccar sì, che 'n poco la giuntura
25.108 non facea segno alcun che si paresse.

25.109 Togliea la coda fessa la figura
25.110 che si perdeva là, e la sua pelle
25.111 si facea molle, e quella di là dura.

25.112 Io vidi intrar le braccia per l'ascelle,
25.113 e i due piè de la fiera, ch'eran corti,
25.114 tanto allungar quanto accorciavan quelle.

25.115 Poscia li piè di retro, insieme attorti,
25.116 diventaron lo membro che l'uom cela,
25.117 e 'l misero del suo n'avea due porti.

25.118 Mentre che 'l fummo l'uno e l'altro vela
25.119 di color novo, e genera 'l pel suso
25.120 per l'una parte e da l'altra il dipela,

25.121 l'un si levò e l'altro cadde giuso,
25.122 non torcendo però le lucerne empie,
25.123 sotto le quai ciascun cambiava muso.

25.124 Quel ch'era dritto, il trasse ver' le tempie,
25.125 e di troppa matera ch'in là venne
25.126 uscir li orecchi de le gote scempie;

25.127 ciò che non corse in dietro e si ritenne
25.128 di quel soverchio, fé naso a la faccia
25.129 e le labbra ingrossò quanto convenne.

25.130 Quel che giacea, il muso innanzi caccia,
25.131 e li orecchi ritira per la testa
25.132 come face le corna la lumaccia;

25.133 e la lingua, ch'avea unita e presta
25.134 prima a parlar, si fende, e la forcuta
25.135 ne l'altro si richiude; e 'l fummo resta.

25.136 L'anima ch'era fiera divenuta,
25.137 suffolando si fugge per la valle,
25.138 e l'altro dietro a lui parlando sputa.

25.139 Poscia li volse le novelle spalle,
25.140 e disse a l'altro: «I' vo' che Buoso corra,
25.141 com'ho fatt'io, carpon per questo calle».

25.142 Così vid'io la settima zavorra
25.143 mutare e trasmutare; e qui mi scusi
25.144 la novità se fior la penna abborra.

25.145 E avvegna che li occhi miei confusi
25.146 fossero alquanto e l'animo smagato,
25.147 non poter quei fuggirsi tanto chiusi,

25.148 ch'i' non scorgessi ben Puccio Sciancato;
25.149 ed era quel che sol, di tre compagni
25.150 che venner prima, non era mutato;
25.151 l'altr'era quel che tu, Gaville, piagni.
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