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 INFERNO CANTO 23

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MessaggioTitolo: INFERNO CANTO 23   Dom Feb 08, 2009 12:42 am

23. 1 Taciti, soli, sanza compagnia
23. 2 n'andavam l'un dinanzi e l'altro dopo,
23. 3 come frati minor vanno per via.

23. 4 Vòlt'era in su la favola d'Isopo
23. 5 lo mio pensier per la presente rissa,
23. 6 dov'el parlò de la rana e del topo;

23. 7 ché più non si pareggia "mo" e "issa"
23. 8 che l'un con l'altro fa, se ben s'accoppia
23. 9 principio e fine con la mente fissa.

23. 10 E come l'un pensier de l'altro scoppia,
23. 11 così nacque di quello un altro poi,
23. 12 che la prima paura mi fé doppia.

23. 13 Io pensava così: <<Questi per noi
23. 14 sono scherniti con danno e con beffa
23. 15 sì fatta, ch'assai credo che lor nòi.

23. 16 Se l'ira sovra 'l mal voler s'aggueffa,
23. 17 ei ne verranno dietro più crudeli
23. 18 che 'l cane a quella lievre ch'elli acceffa>>.

23. 19 Già mi sentia tutti arricciar li peli
23. 20 de la paura e stava in dietro intento,
23. 21 quand'io dissi: <<Maestro, se non celi

23. 22 te e me tostamente, i' ho pavento
23. 23 de Malebranche. Noi li avem già dietro;
23. 24 io li 'magino sì, che già li sento>>.

23. 25 E quei: <<S'i' fossi di piombato vetro,
23. 26 l'imagine di fuor tua non trarrei
23. 27 più tosto a me, che quella dentro 'mpetro.

23. 28 Pur mo venieno i tuo' pensier tra' miei
23. 29 con simile atto e con simile faccia,
23. 30 sì che d'intrambi un sol consiglio fei.

23. 31 S'elli è che sì la destra costa giaccia,
23. 32 che noi possiam ne l'altra bolgia scendere
23. 33 noi fuggirem l'maginata caccia>>.

23. 34 Già non compié di tal consiglio rendere
23. 35 ch'io li vidi venir con l'ali tese
23. 36 non molto lungi, per volerne prendere.

23. 37 Lo duca mio di sùbito mi prese
23. 38 come la madre ch'al romore è desta
23. 39 e vede presso a sè le fiamme accese

23. 40 che prende il figlio e fugge e non s'arresta
23. 41 avendo più di lui che di sé cura,
23. 42 tanto che solo una camicia vesta;

23. 43 e giù dal collo de la ripa dura
23. 44 supin si diede a la pendente roccia,
23. 45 che l'un de' lati a l'altra bolgia tura.

23. 46 Non corse mai sì tosto acqua per doccia
23. 47 a volger ruota di molin terragno,
23. 48 quand'ella più verso le pale approccia,

23. 49 come 'l maestro mio per quel vivagno,
23. 50 portandosene me sovra 'l suo petto,
23. 51 come suo figlio, non come compagno.

23. 52 A pena fuoro i piè suoi giunti al letto
23. 53 del fondo giù, ch'e' furon in sul colle
23. 54 sovresso noi; ma non lì era sospetto;

23. 55 ché l'alta provedenza che lor volle
23. 56 porre ministri de la fossa quinta,
23. 57 poder di partirs'indi a tutti tolle.

23. 58 Là giù trovammo una gente dipinta
23. 59 che giva intorno assai con lenti passi,
23. 60 piangendo e nel sembiante stanca e vinta.

23. 61 Elli avean cappe con cappucci bassi
23. 62 dinanzi a li occhi, fatte de la taglia
23. 63 che in Clugnì per li monaci fassi.

23. 64 Di fuor dorate son, sì ch'elli abbaglia;
23. 65 ma dentro tutte piombo, e gravi tanto,
23. 66 che Federigo le mettea di paglia.

23. 67 Oh in etterno faticoso manto!
23. 68 Noi ci volgemmo ancor pur a man manca
23. 69 con loro insieme, intenti al tristo pianto;

23. 70 ma per lo peso quella gente stanca
23. 71 venìa sì pian, che noi eravam nuovi
23. 72 di compagnia ad ogne mover d'anca.

23. 73 Per ch'io al duca mio: «Fa che tu trovi
23. 74 alcun ch'al fatto o al nome si conosca,
23. 75 e li occhi, sì andando, intorno movi».

23. 76 E un che 'ntese la parola tosca,
23. 77 di retro a noi gridò: «Tenete i piedi,
23. 78 voi che correte sì per l'aura fosca!

23. 79 Forse ch'avrai da me quel che tu chiedi».
23. 80 Onde 'l duca si volse e disse: «Aspetta
23. 81 e poi secondo il suo passo procedi».

23. 82 Ristetti, e vidi due mostrar gran fretta
23. 83 de l'animo, col viso, d'esser meco;
23. 84 ma tardavali 'l carco e la via stretta.

23. 85 Quando fuor giunti, assai con l'occhio bieco
23. 86 mi rimiraron sanza far parola;
23. 87 poi si volsero in sé, e dicean seco:

23. 88 «Costui par vivo a l'atto de la gola;
23. 89 e s'e' son morti, per qual privilegio
23. 90 vanno scoperti de la grave stola?».

23. 91 Poi disser me: «O Tosco, ch'al collegio
23. 92 de l'ipocriti tristi se' venuto,
23. 93 dir chi tu se' non avere in dispregio».

23. 94 E io a loro: «I' fui nato e cresciuto
23. 95 sovra 'l bel fiume d'Arno a la gran villa,
23. 96 e son col corpo ch'i' ho sempre avuto.

23. 97 Ma voi chi siete, a cui tanto distilla
23. 98 quant'i' veggio dolor giù per le guance?
23. 99 e che pena è in voi che sì sfavilla?».

23.100 E l'un rispuose a me: «Le cappe rance
23.101 son di piombo sì grosse, che li pesi
23.102 fan così cigolar le lor bilance.

23.103 Frati godenti fummo, e bolognesi;
23.104 io Catalano e questi Loderingo
23.105 nomati, e da tua terra insieme presi,

23.106 come suole esser tolto un uom solingo,
23.107 per conservar sua pace; e fummo tali,
23.108 ch'ancor si pare intorno dal Gardingo».

23.109 Io cominciai: «O frati, i vostri mali...»;
23.110 ma più non dissi, ch'a l'occhio mi corse
23.111 un, crucifisso in terra con tre pali.

23.112 Quando mi vide, tutto si distorse,
23.113 soffiando ne la barba con sospiri;
23.114 e 'l frate Catalan, ch'a ciò s'accorse,

23.115 mi disse: «Quel confitto che tu miri,
23.116 consigliò i Farisei che convenia
23.117 porre un uom per lo popolo a' martìri.

23.118 Attraversato è, nudo, ne la via,
23.119 come tu vedi, ed è mestier ch'el senta
23.120 qualunque passa, come pesa, pria.

23.121 E a tal modo il socero si stenta
23.122 in questa fossa, e li altri dal concilio
23.123 che fu per li Giudei mala sementa».

23.124 Allor vid'io maravigliar Virgilio
23.125 sovra colui ch'era disteso in croce
23.126 tanto vilmente ne l'etterno essilio.

23.127 Poscia drizzò al frate cotal voce:
23.128 «Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci
23.129 s'a la man destra giace alcuna foce

23.130 onde noi amendue possiamo uscirci,
23.131 sanza costrigner de li angeli neri
23.132 che vegnan d'esto fondo a dipartirci».

23.133 Rispuose adunque: «Più che tu non speri
23.134 s'appressa un sasso che de la gran cerchia
23.135 si move e varca tutt'i vallon feri,

23.136 salvo che 'n questo è rotto e nol coperchia:
23.137 montar potrete su per la ruina,
23.138 che giace in costa e nel fondo soperchia».

23.139 Lo duca stette un poco a testa china;
23.140 poi disse: «Mal contava la bisogna
23.141 colui che i peccator di qua uncina».

23.142 E 'l frate: «Io udi' già dire a Bologna
23.143 del diavol vizi assai, tra ' quali udi'
23.144 ch'elli è bugiardo, e padre di menzogna».

23.145 Appresso il duca a gran passi sen gì,
23.146 turbato un poco d'ira nel sembiante;
23.147 ond'io da li 'ncarcati mi parti'
23.148 dietro a le poste de le care piante.
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