IL FORUM DI SIMONE PERAINO

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 INFERNO CANTO 33

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MessaggioTitolo: INFERNO CANTO 33   Dom Feb 08, 2009 12:34 am

33. 1 La bocca sollevò dal fiero pasto
33. 2 quel peccator, forbendola a' capelli
33. 3 del capo ch'elli avea di retro guasto.

33. 4 Poi cominciò: «Tu vuo' ch'io rinovelli
33. 5 disperato dolor che 'l cor mi preme
33. 6 già pur pensando, pria ch'io ne favelli.

33. 7 Ma se le mie parole esser dien seme
33. 8 che frutti infamia al traditor ch'i' rodo,
33. 9 parlar e lagrimar vedrai insieme.

33. 10 Io non so chi tu se' né per che modo
33. 11 venuto se' qua giù; ma fiorentino
33. 12 mi sembri veramente quand'io t'odo.

33. 13 Tu dei saper ch'i' fui conte Ugolino,
33. 14 e questi è l'arcivescovo Ruggieri:
33. 15 or ti dirò perché i son tal vicino.

33. 16 Che per l'effetto de' suo' mai pensieri,
33. 17 fidandomi di lui, io fossi preso
33. 18 e poscia morto, dir non è mestieri;

33. 19 però quel che non puoi avere inteso,
33. 20 cioè come la morte mia fu cruda,
33. 21 udirai, e saprai s'e' m'ha offeso.

33. 22 Breve pertugio dentro da la Muda
33. 23 la qual per me ha 'l titol de la fame,
33. 24 e che conviene ancor ch'altrui si chiuda,

33. 25 m'avea mostrato per lo suo forame
33. 26 più lune già, quand'io feci 'l mal sonno
33. 27 che del futuro mi squarciò 'l velame.

33. 28 Questi pareva a me maestro e donno,
33. 29 cacciando il lupo e ' lupicini al monte
33. 30 per che i Pisan veder Lucca non ponno.

33. 31 Con cagne magre, studiose e conte
33. 32 Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi
33. 33 s'avea messi dinanzi da la fronte.

33. 34 In picciol corso mi parieno stanchi
33. 35 lo padre e ' figli, e con l'agute scane
33. 36 mi parea lor veder fender li fianchi.

33. 37 Quando fui desto innanzi la dimane,
33. 38 pianger senti' fra 'l sonno i miei figliuoli
33. 39 ch'eran con meco, e dimandar del pane.

33. 40 Ben se' crudel, se tu già non ti duoli
33. 41 pensando ciò che 'l mio cor s'annunziava;
33. 42 e se non piangi, di che pianger suoli?

33. 43 Già eran desti, e l'ora s'appressava
33. 44 che 'l cibo ne solea essere addotto,
33. 45 e per suo sogno ciascun dubitava;

33. 46 e io senti' chiavar l'uscio di sotto
33. 47 a l'orribile torre; ond'io guardai
33. 48 nel viso a' mie' figliuoi sanza far motto.

33. 49 Io non piangea, sì dentro impetrai:
33. 50 piangevan elli; e Anselmuccio mio
33. 51 disse: "Tu guardi sì, padre! che hai?".

33. 52 Perciò non lacrimai né rispuos'io
33. 53 tutto quel giorno né la notte appresso,
33. 54 infin che l'altro sol nel mondo uscìo.

33. 55 Come un poco di raggio si fu messo
33. 56 nel doloroso carcere, e io scorsi
33. 57 per quattro visi il mio aspetto stesso,

33. 58 ambo le man per lo dolor mi morsi;
33. 59 ed ei, pensando ch'io 'l fessi per voglia
33. 60 di manicar, di subito levorsi

33. 61 e disser: "Padre, assai ci fia men doglia
33. 62 se tu mangi di noi: tu ne vestisti
33. 63 queste misere carni, e tu le spoglia".

33. 64 Queta'mi allor per non farli più tristi;
33. 65 lo dì e l'altro stemmo tutti muti;
33. 66 ahi dura terra, perché non t'apristi?

33. 67 Poscia che fummo al quarto dì venuti,
33. 68 Gaddo mi si gittò disteso a' piedi,
33. 69 dicendo: ``Padre mio, ché non mi aiuti?''.

33. 70 Quivi morì; e come tu mi vedi,
33. 71 vid'io cascar li tre ad uno ad uno
33. 72 tra 'l quinto dì e 'l sesto; ond'io mi diedi,

33. 73 già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
33. 74 e due dì li chiamai, poi che fur morti.
33. 75 Poscia, più che 'l dolor, poté 'l digiuno».

33. 76 Quand'ebbe detto ciò, con li occhi torti
33. 77 riprese 'l teschio misero co'denti,
33. 78 che furo a l'osso, come d'un can, forti.

33. 79 Ahi Pisa, vituperio de le genti
33. 80 del bel paese là dove 'l sì suona,
33. 81 poi che i vicini a te punir son lenti,

33. 82 muovasi la Capraia e la Gorgona,
33. 83 e faccian siepe ad Arno in su la foce,
33. 84 sì ch'elli annieghi in te ogne persona!

33. 85 Ché se 'l conte Ugolino aveva voce
33. 86 d'aver tradita te de le castella,
33. 87 non dovei tu i figliuoi porre a tal croce.

33. 88 Innocenti facea l'età novella,
33. 89 novella Tebe, Uguiccione e 'l Brigata
33. 90 e li altri due che 'l canto suso appella.

33. 91 Noi passammo oltre, là 've la gelata
33. 92 ruvidamente un'altra gente fascia,
33. 93 non volta in giù, ma tutta riversata.

33. 94 Lo pianto stesso lì pianger non lascia,
33. 95 e 'l duol che truova in su li occhi rintoppo,
33. 96 si volge in entro a far crescer l'ambascia;

33. 97 ché le lagrime prime fanno groppo,
33. 98 e sì come visiere di cristallo,
33. 99 riempion sotto 'l ciglio tutto il coppo.

33.100 E avvegna che, sì come d'un callo,
33.101 per la freddura ciascun sentimento
33.102 cessato avesse del mio viso stallo,

33.103 già mi parea sentire alquanto vento:
33.104 per ch'io: «Maestro mio, questo chi move?
33.105 non è qua giù ogne vapore spento?».

33.106 Ond'elli a me: «Avaccio sarai dove
33.107 di ciò ti farà l'occhio la risposta,
33.108 veggendo la cagion che 'l fiato piove».

33.109 E un de' tristi de la fredda crosta
33.110 gridò a noi: «O anime crudeli,
33.111 tanto che data v'è l'ultima posta,

33.112 levatemi dal viso i duri veli,
33.113 sì ch'io sfoghi 'l duol che 'l cor m'impregna,
33.114 un poco, pria che 'l pianto si raggeli».

33.115 Per ch'io a lui: «Se vuo' ch'i' ti sovvegna,
33.116 dimmi chi se', e s'io non ti disbrigo,
33.117 al fondo de la ghiaccia ir mi convegna».

33.118 Rispuose adunque: «I' son frate Alberigo;
33.119 i' son quel da le frutta del mal orto,
33.120 che qui riprendo dattero per figo».

33.121 «Oh!», diss'io lui, «or se' tu ancor morto?».
33.122 Ed elli a me: «Come 'l mio corpo stea
33.123 nel mondo sù, nulla scienza porto.

33.124 Cotal vantaggio ha questa Tolomea,
33.125 che spesse volte l'anima ci cade
33.126 innanzi ch'Atropòs mossa le dea.

33.127 E perché tu più volentier mi rade
33.128 le 'nvetriate lagrime dal volto,
33.129 sappie che, tosto che l'anima trade

33.130 come fec'io, il corpo suo l'è tolto
33.131 da un demonio, che poscia il governa
33.132 mentre che 'l tempo suo tutto sia vòlto.

33.133 Ella ruina in sì fatta cisterna;
33.134 e forse pare ancor lo corpo suso
33.135 de l'ombra che di qua dietro mi verna.

33.136 Tu 'l dei saper, se tu vien pur mo giuso:
33.137 elli è ser Branca Doria, e son più anni
33.138 poscia passati ch'el fu sì racchiuso».

33.139 «Io credo», diss'io lui, «che tu m'inganni;
33.140 ché Branca Doria non morì unquanche,
33.141 e mangia e bee e dorme e veste panni».

33.142 «Nel fosso sù», diss'el, «de' Malebranche,
33.143 là dove bolle la tenace pece,
33.144 non era ancor giunto Michel Zanche,

33.145 che questi lasciò il diavolo in sua vece
33.146 nel corpo suo, ed un suo prossimano
33.147 che 'l tradimento insieme con lui fece.

33.148 Ma distendi oggimai in qua la mano;
33.149 aprimi li occhi». E io non gliel'apersi;
33.150 e cortesia fu lui esser villano.

33.151 Ahi Genovesi, uomini diversi
33.152 d'ogne costume e pien d'ogne magagna,
33.153 perché non siete voi del mondo spersi?

33.154 Ché col peggiore spirto di Romagna
33.155 trovai di voi un tal, che per sua opra
33.156 in anima in Cocito già si bagna,
33.157 e in corpo par vivo ancor di sopra.
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