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 PURGATORIO CANTO 26

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MessaggioTitolo: PURGATORIO CANTO 26   Dom Feb 08, 2009 1:07 am

26. 1 Mentre che sì per l'orlo, uno innanzi altro,
26. 2 ce n'andavamo, e spesso il buon maestro
26. 3 diceami: «Guarda: giovi ch'io ti scaltro»;

26. 4 feriami il sole in su l'omero destro,
26. 5 che già, raggiando, tutto l'occidente
26. 6 mutava in bianco aspetto di cilestro;

26. 7 e io facea con l'ombra più rovente
26. 8 parer la fiamma; e pur a tanto indizio
26. 9 vidi molt'ombre, andando, poner mente.

26. 10 Questa fu la cagion che diede inizio
26. 11 loro a parlar di me; e cominciarsi
26. 12 a dir: «Colui non par corpo fittizio»;

26. 13 poi verso me, quanto potean farsi,
26. 14 certi si fero, sempre con riguardo
26. 15 di non uscir dove non fosser arsi.

26. 16 «O tu che vai, non per esser più tardo,
26. 17 ma forse reverente, a li altri dopo,
26. 18 rispondi a me che 'n sete e 'n foco ardo.

26. 19 Né solo a me la tua risposta è uopo;
26. 20 ché tutti questi n'hanno maggior sete
26. 21 che d'acqua fredda Indo o Etiopo.

26. 22 Dinne com'è che fai di te parete
26. 23 al sol, pur come tu non fossi ancora
26. 24 di morte intrato dentro da la rete».

26. 25 Sì mi parlava un d'essi; e io mi fora
26. 26 già manifesto, s'io non fossi atteso
26. 27 ad altra novità ch'apparve allora;

26. 28 ché per lo mezzo del cammino acceso
26. 29 venne gente col viso incontro a questa,
26. 30 la qual mi fece a rimirar sospeso.

26. 31 Lì veggio d'ogne parte farsi presta
26. 32 ciascun'ombra e basciarsi una con una
26. 33 sanza restar, contente a brieve festa;

26. 34 così per entro loro schiera bruna
26. 35 s'ammusa l'una con l'altra formica,
26. 36 forse a spiar lor via e lor fortuna.

26. 37 Tosto che parton l'accoglienza amica,
26. 38 prima che 'l primo passo lì trascorra,
26. 39 sopragridar ciascuna s'affatica:

26. 40 la nova gente: «Soddoma e Gomorra»;
26. 41 e l'altra: «Ne la vacca entra Pasife,
26. 42 perché 'l torello a sua lussuria corra».

26. 43 Poi, come grue ch'a le montagne Rife
26. 44 volasser parte, e parte inver' l'arene,
26. 45 queste del gel, quelle del sole schife,

26. 46 l'una gente sen va, l'altra sen vene;
26. 47 e tornan, lagrimando, a' primi canti
26. 48 e al gridar che più lor si convene;

26. 49 e raccostansi a me, come davanti,
26. 50 essi medesmi che m'avean pregato,
26. 51 attenti ad ascoltar ne' lor sembianti.

26. 52 Io, che due volte avea visto lor grato,
26. 53 incominciai: «O anime sicure
26. 54 d'aver, quando che sia, di pace stato,

26. 55 non son rimase acerbe né mature
26. 56 le membra mie di là, ma son qui meco
26. 57 col sangue suo e con le sue giunture.

26. 58 Quinci sù vo per non esser più cieco;
26. 59 donna è di sopra che m'acquista grazia,
26. 60 per che 'l mortal per vostro mondo reco.

26. 61 Ma se la vostra maggior voglia sazia
26. 62 tosto divegna, sì che 'l ciel v'alberghi
26. 63 ch'è pien d'amore e più ampio si spazia,

26. 64 ditemi, acciò ch'ancor carte ne verghi,
26. 65 chi siete voi, e chi è quella turba
26. 66 che se ne va di retro a' vostri terghi».

26. 67 Non altrimenti stupido si turba
26. 68 lo montanaro, e rimirando ammuta,
26. 69 quando rozzo e salvatico s'inurba,

26. 70 che ciascun'ombra fece in sua paruta;
26. 71 ma poi che furon di stupore scarche,
26. 72 lo qual ne li alti cuor tosto s'attuta,

26. 73 «Beato te, che de le nostre marche»,
26. 74 ricominciò colei che pria m'inchiese,
26. 75 «per morir meglio, esperienza imbarche!

26. 76 La gente che non vien con noi, offese
26. 77 di ciò per che già Cesar, triunfando,
26. 78 "Regina" contra sé chiamar s'intese:

26. 79 però si parton "Soddoma" gridando,
26. 80 rimproverando a sé, com'hai udito,
26. 81 e aiutan l'arsura vergognando.

26. 82 Nostro peccato fu ermafrodito;
26. 83 ma perché non servammo umana legge,
26. 84 seguendo come bestie l'appetito,

26. 85 in obbrobrio di noi, per noi si legge,
26. 86 quando partinci, il nome di colei
26. 87 che s'imbestiò ne le 'mbestiate schegge.

26. 88 Or sai nostri atti e di che fummo rei:
26. 89 se forse a nome vuo' saper chi semo,
26. 90 tempo non è di dire, e non saprei.

26. 91 Farotti ben di me volere scemo:
26. 92 son Guido Guinizzelli; e già mi purgo
26. 93 per ben dolermi prima ch'a lo stremo».

26. 94 Quali ne la tristizia di Ligurgo
26. 95 si fer due figli a riveder la madre,
26. 96 tal mi fec'io, ma non a tanto insurgo,

26. 97 quand'io odo nomar sé stesso il padre
26. 98 mio e de li altri miei miglior che mai
26. 99 rime d'amore usar dolci e leggiadre;

26.100 e sanza udire e dir pensoso andai
26.101 lunga fiata rimirando lui,
26.102 né, per lo foco, in là più m'appressai.

26.103 Poi che di riguardar pasciuto fui,
26.104 tutto m'offersi pronto al suo servigio
26.105 con l'affermar che fa credere altrui.

26.106 Ed elli a me: «Tu lasci tal vestigio,
26.107 per quel ch'i' odo, in me, e tanto chiaro,
26.108 che Letè nol può tòrre né far bigio.

26.109 Ma se le tue parole or ver giuraro,
26.110 dimmi che è cagion per che dimostri
26.111 nel dire e nel guardar d'avermi caro».

26.112 E io a lui: «Li dolci detti vostri,
26.113 che, quanto durerà l'uso moderno,
26.114 faranno cari ancora i loro incostri».

26.115 «O frate», disse, «questi ch'io ti cerno
26.116 col dito», e additò un spirto innanzi,
26.117 «fu miglior fabbro del parlar materno.

26.118 Versi d'amore e prose di romanzi
26.119 soverchiò tutti; e lascia dir li stolti
26.120 che quel di Lemosì credon ch'avanzi.

26.121 A voce più ch'al ver drizzan li volti,
26.122 e così ferman sua oppinione
26.123 prima ch'arte o ragion per lor s'ascolti.

26.124 Così fer molti antichi di Guittone,
26.125 di grido in grido pur lui dando pregio,
26.126 fin che l'ha vinto il ver con più persone.

26.127 Or se tu hai sì ampio privilegio,
26.128 che licito ti sia l'andare al chiostro
26.129 nel quale è Cristo abate del collegio,

26.130 falli per me un dir d'un paternostro,
26.131 quanto bisogna a noi di questo mondo,
26.132 dove poter peccar non è più nostro».

26.133 Poi, forse per dar luogo altrui secondo
26.134 che presso avea, disparve per lo foco,
26.135 come per l'acqua il pesce andando al fondo.

26.136 Io mi fei al mostrato innanzi un poco,
26.137 e dissi ch'al suo nome il mio disire
26.138 apparecchiava grazioso loco.

26.139 El cominciò liberamente a dire:
26.140 «*Tan m'abellis vostre cortes deman,
26.141 qu'ieu no me puesc ni voill a vos cobrire.

26.142 Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;
26.143 consiros vei la passada folor,
26.144 e vei jausen lo joi qu'esper, denan.

26.145 Ara vos prec, per aquella valor
26.146 que vos guida al som de l'escalina,
26.147 sovenha vos a temps de ma dolor*!».
26.148 Poi s'ascose nel foco che li affina.
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