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 PURGATORIO CANTO 23

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MessaggioTitolo: PURGATORIO CANTO 23   Dom Feb 08, 2009 1:08 am

23. 1 Mentre che li occhi per la fronda verde
23. 2 ficcava io sì come far suole
23. 3 chi dietro a li uccellin sua vita perde,

23. 4 lo più che padre mi dicea: «Figliuole,
23. 5 vienne oramai, ché 'l tempo che n'è imposto
23. 6 più utilmente compartir si vuole».

23. 7 Io volsi 'l viso, e 'l passo non men tosto,
23. 8 appresso i savi, che parlavan sìe,
23. 9 che l'andar mi facean di nullo costo.

23. 10 Ed ecco piangere e cantar s'udìe
23. 11 "*Labia mea, Domine*" per modo
23. 12 tal, che diletto e doglia parturìe.

23. 13 «O dolce padre, che è quel ch'i' odo?»,
23. 14 comincia' io; ed elli: «Ombre che vanno
23. 15 forse di lor dover solvendo il nodo».

23. 16 Sì come i peregrin pensosi fanno,
23. 17 giugnendo per cammin gente non nota,
23. 18 che si volgono ad essa e non restanno,

23. 19 così di retro a noi, più tosto mota,
23. 20 venendo e trapassando ci ammirava
23. 21 d'anime turba tacita e devota.

23. 22 Ne li occhi era ciascuna oscura e cava,
23. 23 palida ne la faccia, e tanto scema,
23. 24 che da l'ossa la pelle s'informava.

23. 25 Non credo che così a buccia strema
23. 26 Erisittone fosse fatto secco,
23. 27 per digiunar, quando più n'ebbe tema.

23. 28 Io dicea fra me stesso pensando: "Ecco
23. 29 la gente che perdé Ierusalemme,
23. 30 quando Maria nel figlio diè di becco!"

23. 31 Parean l'occhiaie anella sanza gemme:
23. 32 chi nel viso de li uomini legge "omo"
23. 33 ben avria quivi conosciuta l'emme.

23. 34 Chi crederebbe che l'odor d'un pomo
23. 35 sì governasse, generando brama,
23. 36 e quel d'un'acqua, non sappiendo como?

23. 37 Già era in ammirar che sì li affama,
23. 38 per la cagione ancor non manifesta
23. 39 di lor magrezza e di lor trista squama,

23. 40 ed ecco del profondo de la testa
23. 41 volse a me li occhi un'ombra e guardò fiso;
23. 42 poi gridò forte: «Qual grazia m'è questa?».

23. 43 Mai non l'avrei riconosciuto al viso;
23. 44 ma ne la voce sua mi fu palese
23. 45 ciò che l'aspetto in sé avea conquiso.

23. 46 Questa favilla tutta mi raccese
23. 47 mia conoscenza a la cangiata labbia,
23. 48 e ravvisai la faccia di Forese.

23. 49 «Deh, non contendere a l'asciutta scabbia
23. 50 che mi scolora», pregava, «la pelle,
23. 51 né a difetto di carne ch'io abbia;

23. 52 ma dimmi il ver di te, di' chi son quelle
23. 53 due anime che là ti fanno scorta;
23. 54 non rimaner che tu non mi favelle!».

23. 55 «La faccia tua, ch'io lagrimai già morta,
23. 56 mi dà di pianger mo non minor doglia»,
23. 57 rispuos'io lui, «veggendola sì torta.

23. 58 Però mi dì, per Dio, che sì vi sfoglia;
23. 59 non mi far dir mentr'io mi maraviglio,
23. 60 ché mal può dir chi è pien d'altra voglia».

23. 61 Ed elli a me: «De l'etterno consiglio
23. 62 cade vertù ne l'acqua e ne la pianta
23. 63 rimasa dietro ond'io sì m'assottiglio.

23. 64 Tutta esta gente che piangendo canta
23. 65 per seguitar la gola oltra misura,
23. 66 in fame e 'n sete qui si rifà santa.

23. 67 Di bere e di mangiar n'accende cura
23. 68 l'odor ch'esce del pomo e de lo sprazzo
23. 69 che si distende su per sua verdura.

23. 70 E non pur una volta, questo spazzo
23. 71 girando, si rinfresca nostra pena:
23. 72 io dico pena, e dovrìa dir sollazzo,

23. 73 ché quella voglia a li alberi ci mena
23. 74 che menò Cristo lieto a dire "*Elì*",
23. 75 quando ne liberò con la sua vena».

23. 76 E io a lui: «Forese, da quel dì
23. 77 nel qual mutasti mondo a miglior vita,
23. 78 cinq'anni non son vòlti infino a qui.

23. 79 Se prima fu la possa in te finita
23. 80 di peccar più, che sovvenisse l'ora
23. 81 del buon dolor ch'a Dio ne rimarita,

23. 82 come se' tu qua sù venuto ancora?
23. 83 Io ti credea trovar là giù di sotto
23. 84 dove tempo per tempo si ristora».

23. 85 Ond'elli a me: «Sì tosto m'ha condotto
23. 86 a ber lo dolce assenzo d'i martìri
23. 87 la Nella mia con suo pianger dirotto.

23. 88 Con suoi prieghi devoti e con sospiri
23. 89 tratto m'ha de la costa ove s'aspetta,
23. 90 e liberato m'ha de li altri giri.

23. 91 Tanto è a Dio più cara e più diletta
23. 92 la vedovella mia, che molto amai,
23. 93 quanto in bene operare è più soletta;

23. 94 ché la Barbagia di Sardigna assai
23. 95 ne le femmine sue più è pudica
23. 96 che la Barbagia dov'io la lasciai.

23. 97 O dolce frate, che vuo' tu ch'io dica?
23. 98 Tempo futuro m'è già nel cospetto,
23. 99 cui non sarà quest'ora molto antica,

23.100 nel qual sarà in pergamo interdetto
23.101 a le sfacciate donne fiorentine
23.102 l'andar mostrando con le poppe il petto.

23.103 Quai barbare fuor mai, quai saracine,
23.104 cui bisognasse, per farle ir coperte,
23.105 o spiritali o altre discipline?

23.106 Ma se le svergognate fosser certe
23.107 di quel che 'l ciel veloce loro ammanna,
23.108 già per urlare avrian le bocche aperte;

23.109 ché se l'antiveder qui non m'inganna,
23.110 prima fien triste che le guance impeli
23.111 colui che mo si consola con nanna.

23.112 Deh, frate, or fa che più non mi ti celi!
23.113 vedi che non pur io, ma questa gente
23.114 tutta rimira là dove 'l sol veli».

23.115 Per ch'io a lui: «Se tu riduci a mente
23.116 qual fosti meco, e qual io teco fui,
23.117 ancor fia grave il memorar presente.

23.118 Di quella vita mi volse costui
23.119 che mi va innanzi, l'altr'ier, quando tonda
23.120 vi si mostrò la suora di colui»,

23.121 e 'l sol mostrai; «costui per la profonda
23.122 notte menato m'ha d'i veri morti
23.123 con questa vera carne che 'l seconda.

23.124 Indi m'han tratto sù li suoi conforti,
23.125 salendo e rigirando la montagna
23.126 che drizza voi che 'l mondo fece torti.

23.127 Tanto dice di farmi sua compagna,
23.128 che io sarò là dove fia Beatrice;
23.129 quivi convien che sanza lui rimagna.

23.130 Virgilio è questi che così mi dice»,
23.131 e addita'lo; «e quest'altro è quell'ombra
23.132 per cui scosse dianzi ogne pendice
23.133 lo vostro regno, che da sé lo sgombra».
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