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 PURGATORIO CANTO 22

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MessaggioTitolo: PURGATORIO CANTO 22   Dom Feb 08, 2009 1:08 am

22. 1 Già era l'angel dietro a noi rimaso,
22. 2 l'angel che n'avea vòlti al sesto giro,
22. 3 avendomi dal viso un colpo raso;

22. 4 e quei c'hanno a giustizia lor disiro
22. 5 detto n'avea beati, e le sue voci
22. 6 con "*sitiunt*", sanz'altro, ciò forniro.

22. 7 E io più lieve che per l'altre foci
22. 8 m'andava, sì che sanz'alcun labore
22. 9 seguiva in sù li spiriti veloci;

22. 10 quando Virgilio incominciò: «Amore,
22. 11 acceso di virtù, sempre altro accese,
22. 12 pur che la fiamma sua paresse fore;

22. 13 onde da l'ora che tra noi discese
22. 14 nel limbo de lo 'nferno Giovenale,
22. 15 che la tua affezion mi fé palese,

22. 16 mia benvoglienza inverso te fu quale
22. 17 più strinse mai di non vista persona,
22. 18 sì ch'or mi parran corte queste scale.

22. 19 Ma dimmi, e come amico mi perdona
22. 20 se troppa sicurtà m'allarga il freno,
22. 21 e come amico omai meco ragiona:

22. 22 come poté trovar dentro al tuo seno
22. 23 loco avarizia, tra cotanto senno
22. 24 di quanto per tua cura fosti pieno?».

22. 25 Queste parole Stazio mover fenno
22. 26 un poco a riso pria; poscia rispuose:
22. 27 «Ogne tuo dir d'amor m'è caro cenno.

22. 28 Veramente più volte appaion cose
22. 29 che danno a dubitar falsa matera
22. 30 per le vere ragion che son nascose.

22. 31 La tua dimanda tuo creder m'avvera
22. 32 esser ch'i' fossi avaro in l'altra vita,
22. 33 forse per quella cerchia dov'io era.

22. 34 Or sappi ch'avarizia fu partita
22. 35 troppo da me, e questa dismisura
22. 36 migliaia di lunari hanno punita.

22. 37 E se non fosse ch'io drizzai mia cura,
22. 38 quand'io intesi là dove tu chiame,
22. 39 crucciato quasi a l'umana natura:

22. 40 "Per che non reggi tu, o sacra fame
22. 41 de l'oro, l'appetito de' mortali?",
22. 42 voltando sentirei le giostre grame.

22. 43 Allor m'accorsi che troppo aprir l'ali
22. 44 potean le mani a spendere, e pente'mi
22. 45 così di quel come de li altri mali.

22. 46 Quanti risurgeran coi crini scemi
22. 47 per ignoranza, che di questa pecca
22. 48 toglie 'l penter vivendo e ne li stremi!

22. 49 E sappie che la colpa che rimbecca
22. 50 per dritta opposizione alcun peccato,
22. 51 con esso insieme qui suo verde secca;

22. 52 però, s'io son tra quella gente stato
22. 53 che piange l'avarizia, per purgarmi,
22. 54 per lo contrario suo m'è incontrato».

22. 55 «Or quando tu cantasti le crude armi
22. 56 de la doppia trestizia di Giocasta»,
22. 57 disse 'l cantor de' buccolici carmi,

22. 58 «per quello che Cliò teco lì tasta,
22. 59 non par che ti facesse ancor fedele
22. 60 la fede, sanza qual ben far non basta.

22. 61 Se così è, qual sole o quai candele
22. 62 ti stenebraron sì, che tu drizzasti
22. 63 poscia di retro al pescator le vele?».

22. 64 Ed elli a lui: «Tu prima m'inviasti
22. 65 verso Parnaso a ber ne le sue grotte,
22. 66 e prima appresso Dio m'alluminasti.

22. 67 Facesti come quei che va di notte,
22. 68 che porta il lume dietro e sé non giova,
22. 69 ma dopo sé fa le persone dotte,

22. 70 quando dicesti: "Secol si rinova;
22. 71 torna giustizia e primo tempo umano,
22. 72 e progenie scende da ciel nova".

22. 73 Per te poeta fui, per te cristiano:
22. 74 ma perché veggi mei ciò ch'io disegno,
22. 75 a colorare stenderò la mano:

22. 76 Già era 'l mondo tutto quanto pregno
22. 77 de la vera credenza, seminata
22. 78 per li messaggi de l'etterno regno;

22. 79 e la parola tua sopra toccata
22. 80 si consonava a' nuovi predicanti;
22. 81 ond'io a visitarli presi usata.

22. 82 Vennermi poi parendo tanto santi,
22. 83 che, quando Domizian li perseguette,
22. 84 sanza mio lagrimar non fur lor pianti;

22. 85 e mentre che di là per me si stette,
22. 86 io li sovvenni, e i lor dritti costumi
22. 87 fer dispregiare a me tutte altre sette.

22. 88 E pria ch'io conducessi i Greci a' fiumi
22. 89 di Tebe poetando, ebb'io battesmo;
22. 90 ma per paura chiuso cristian fu'mi,

22. 91 lungamente mostrando paganesmo;
22. 92 e questa tepidezza il quarto cerchio
22. 93 cerchiar mi fé più che 'l quarto centesmo.

22. 94 Tu dunque, che levato hai il coperchio
22. 95 che m'ascondeva quanto bene io dico,
22. 96 mentre che del salire avem soverchio,

22. 97 dimmi dov'è Terrenzio nostro antico,
22. 98 Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai:
22. 99 dimmi se son dannati, e in qual vico».

22.100 «Costoro e Persio e io e altri assai»,
22.101 rispuose il duca mio, «siam con quel Greco
22.102 che le Muse lattar più ch'altri mai,

22.103 nel primo cinghio del carcere cieco:
22.104 spesse fiate ragioniam del monte
22.105 che sempre ha le nutrice nostre seco.

22.106 Euripide v'è nosco e Antifonte,
22.107 Simonide, Agatone e altri piùe
22.108 Greci che già di lauro ornar la fronte.

22.109 Quivi si veggion de le genti tue
22.110 Antigone, Deifile e Argia,
22.111 e Ismene sì trista come fue.

22.112 Védeisi quella che mostrò Langia;
22.113 èvvi la figlia di Tiresia, e Teti
22.114 e con le suore sue Deidamia».

22.115 Tacevansi ambedue già li poeti,
22.116 di novo attenti a riguardar dintorno,
22.117 liberi da saliri e da pareti;

22.118 e già le quattro ancelle eran del giorno
22.119 rimase a dietro, e la quinta era al temo,
22.120 drizzando pur in sù l'ardente corno,

22.121 quando il mio duca: «Io credo ch'a lo stremo
22.122 le destre spalle volger ne convegna,
22.123 girando il monte come far solemo».

22.124 Così l'usanza fu lì nostra insegna,
22.125 e prendemmo la via con men sospetto
22.126 per l'assentir di quell'anima degna.

22.127 Elli givan dinanzi, e io soletto
22.128 di retro, e ascoltava i lor sermoni,
22.129 ch'a poetar mi davano intelletto.

22.130 Ma tosto ruppe le dolci ragioni
22.131 un alber che trovammo in mezza strada,
22.132 con pomi a odorar soavi e buoni;

22.133 e come abete in alto si digrada
22.134 di ramo in ramo, così quello in giuso,
22.135 cred'io, perché persona sù non vada.

22.136 Dal lato onde 'l cammin nostro era chiuso,
22.137 cadea de l'alta roccia un liquor chiaro
22.138 e si spandeva per le foglie suso.

22.139 Li due poeti a l'alber s'appressaro;
22.140 e una voce per entro le fronde
22.141 gridò: «Di questo cibo avrete caro».

22.142 Poi disse: «Più pensava Maria onde
22.143 fosser le nozze orrevoli e intere,
22.144 ch'a la sua bocca, ch'or per voi risponde.

22.145 E le Romane antiche, per lor bere,
22.146 contente furon d'acqua; e Daniello
22.147 dispregiò cibo e acquistò savere.

22.148 Lo secol primo, quant'oro fu bello,
22.149 fé savorose con fame le ghiande,
22.150 e nettare con sete ogne ruscello.

22.151 Mele e locuste furon le vivande
22.152 che nodriro il Batista nel diserto;
22.153 per ch'elli è glorioso e tanto grande
22.154 quanto per lo Vangelio v'è aperto».
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