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 PURGATORIO CANTO 14

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MessaggioTitolo: PURGATORIO CANTO 14   Dom Feb 08, 2009 1:13 am

14. 1 «Chi è costui che 'l nostro monte cerchia
14. 2 prima che morte li abbia dato il volo,
14. 3 e apre li occhi a sua voglia e coverchia?».

14. 4 «Non so chi sia, ma so ch'e' non è solo:
14. 5 domandal tu che più li t'avvicini,
14. 6 e dolcemente, sì che parli, acco'lo».

14. 7 Così due spirti, l'uno a l'altro chini,
14. 8 ragionavan di me ivi a man dritta;
14. 9 poi fer li visi, per dirmi, supini;

14. 10 e disse l'uno: «O anima che fitta
14. 11 nel corpo ancora inver' lo ciel ten vai,
14. 12 per carità ne consola e ne ditta

14. 13 onde vieni e chi se'; ché tu ne fai
14. 14 tanto maravigliar de la tua grazia,
14. 15 quanto vuol cosa che non fu più mai».

14. 16 E io: «Per mezza Toscana si spazia
14. 17 un fiumicel che nasce in Falterona,
14. 18 e cento miglia di corso nol sazia.

14. 19 Di sovr'esso rech'io questa persona:
14. 20 dirvi ch'i' sia, saria parlare indarno,
14. 21 ché 'l nome mio ancor molto non suona».

14. 22 «Se ben lo 'ntendimento tuo accarno
14. 23 con lo 'ntelletto», allora mi rispuose
14. 24 quei che diceva pria, «tu parli d'Arno».

14. 25 E l'altro disse lui: «Perché nascose
14. 26 questi il vocabol di quella riviera,
14. 27 pur com'om fa de l'orribili cose?».

14. 28 E l'ombra che di ciò domandata era,
14. 29 si sdebitò così: «Non so; ma degno
14. 30 ben è che 'l nome di tal valle pèra;

14. 31 ché dal principio suo, ov'è sì pregno
14. 32 l'alpestro monte ond'è tronco Peloro,
14. 33 che 'n pochi luoghi passa oltra quel segno,

14. 34 infin là 've si rende per ristoro
14. 35 di quel che 'l ciel de la marina asciuga,
14. 36 ond'hanno i fiumi ciò che va con loro,

14. 37 vertù così per nimica si fuga
14. 38 da tutti come biscia, o per sventura
14. 39 del luogo, o per mal uso che li fruga:

14. 40 ond'hanno sì mutata lor natura
14. 41 li abitator de la misera valle,
14. 42 che par che Circe li avesse in pastura.

14. 43 Tra brutti porci, più degni di galle
14. 44 che d'altro cibo fatto in uman uso,
14. 45 dirizza prima il suo povero calle.

14. 46 Botoli trova poi, venendo giuso,
14. 47 ringhiosi più che non chiede lor possa,
14. 48 e da lor disdegnosa torce il muso.

14. 49 Vassi caggendo; e quant'ella più 'ngrossa,
14. 50 tanto più trova di can farsi lupi
14. 51 la maladetta e sventurata fossa.

14. 52 Discesa poi per più pelaghi cupi,
14. 53 trova le volpi sì piene di froda,
14. 54 che non temono ingegno che le occùpi.

14. 55 Né lascerò di dir perch'altri m'oda;
14. 56 e buon sarà costui, s'ancor s'ammenta
14. 57 di ciò che vero spirto mi disnoda.

14. 58 Io veggio tuo nepote che diventa
14. 59 cacciator di quei lupi in su la riva
14. 60 del fiero fiume, e tutti li sgomenta.

14. 61 Vende la carne loro essendo viva;
14. 62 poscia li ancide come antica belva;
14. 63 molti di vita e sé di pregio priva.

14. 64 Sanguinoso esce de la trista selva;
14. 65 lasciala tal, che di qui a mille anni
14. 66 ne lo stato primaio non si rinselva».

14. 67 Com'a l'annunzio di dogliosi danni
14. 68 si turba il viso di colui ch'ascolta,
14. 69 da qual che parte il periglio l'assanni,

14. 70 così vid'io l'altr'anima, che volta
14. 71 stava a udir, turbarsi e farsi trista,
14. 72 poi ch'ebbe la parola a sé raccolta.

14. 73 Lo dir de l'una e de l'altra la vista
14. 74 mi fer voglioso di saper lor nomi,
14. 75 e dimanda ne fei con prieghi mista;

14. 76 per che lo spirto che di pria parlomi
14. 77 ricominciò: «Tu vuo' ch'io mi deduca
14. 78 nel fare a te ciò che tu far non vuo'mi.

14. 79 Ma da che Dio in te vuol che traluca
14. 80 tanto sua grazia, non ti sarò scarso;
14. 81 però sappi ch'io fui Guido del Duca.

14. 82 Fu il sangue mio d'invidia sì riarso,
14. 83 che se veduto avesse uom farsi lieto,
14. 84 visto m'avresti di livore sparso.

14. 85 Di mia semente cotal paglia mieto;
14. 86 o gente umana, perché poni 'l core
14. 87 là 'v'è mestier di consorte divieto?

14. 88 Questi è Rinier; questi è 'l pregio e l'onore
14. 89 de la casa da Calboli, ove nullo
14. 90 fatto s'è reda poi del suo valore.

14. 91 E non pur lo suo sangue è fatto brullo,
14. 92 tra 'l Po e 'l monte e la marina e 'l Reno,
14. 93 del ben richesto al vero e al trastullo;

14. 94 ché dentro a questi termini è ripieno
14. 95 di venenosi sterpi, sì che tardi
14. 96 per coltivare omai verrebber meno.

14. 97 Ov'è 'l buon Lizio e Arrigo Mainardi?
14. 98 Pier Traversaro e Guido di Carpigna?
14. 99 Oh Romagnuoli tornati in bastardi!

14.100 Quando in Bologna un Fabbro si ralligna?
14.101 quando in Faenza un Bernardin di Fosco,
14.102 verga gentil di picciola gramigna?

14.103 Non ti maravigliar s'io piango, Tosco,
14.104 quando rimembro con Guido da Prata,
14.105 Ugolin d'Azzo che vivette nosco,

14.106 Federigo Tignoso e sua brigata,
14.107 la casa Traversara e li Anastagi
14.108 (e l'una gente e l'altra è diretata),

14.109 le donne e ' cavalier, li affanni e li agi
14.110 che ne 'nvogliava amore e cortesia
14.111 là dove i cuor son fatti sì malvagi.

14.112 O Bretinoro, ché non fuggi via,
14.113 poi che gita se n'è la tua famiglia
14.114 e molta gente per non esser ria?

14.115 Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia;
14.116 e mal fa Castrocaro, e peggio Conio,
14.117 che di figliar tai conti più s'impiglia.

14.118 Ben faranno i Pagan, da che 'l demonio
14.119 lor sen girà; ma non però che puro
14.120 già mai rimagna d'essi testimonio.

14.121 O Ugolin de' Fantolin, sicuro
14.122 è il nome tuo, da che più non s'aspetta
14.123 chi far lo possa, tralignando, scuro.

14.124 Ma va via, Tosco, omai; ch'or mi diletta
14.125 troppo di pianger più che di parlare,
14.126 sì m'ha nostra ragion la mente stretta».

14.127 Noi sapavam che quell'anime care
14.128 ci sentivano andar; però, tacendo,
14.129 facean noi del cammin confidare.

14.130 Poi fummo fatti soli procedendo,
14.131 folgore parve quando l'aere fende,
14.132 voce che giunse di contra dicendo:

14.133 "Anciderammi qualunque m'apprende";
14.134 e fuggì come tuon che si dilegua,
14.135 se sùbito la nuvola scoscende.

14.136 Come da lei l'udir nostro ebbe triegua,
14.137 ed ecco l'altra con sì gran fracasso,
14.138 che somigliò tonar che tosto segua:

14.139 «Io sono Aglauro che divenni sasso»;
14.140 e allor, per ristrignermi al poeta,
14.141 in destro feci e non innanzi il passo.

14.142 Già era l'aura d'ogne parte queta;
14.143 ed el mi disse: «Quel fu 'l duro camo
14.144 che dovria l'uom tener dentro a sua meta.

14.145 Ma voi prendete l'esca, sì che l'amo
14.146 de l'antico avversaro a sé vi tira;
14.147 e però poco val freno o richiamo.

14.148 Chiamavi 'l cielo e 'ntorno vi si gira,
14.149 mostrandovi le sue bellezze etterne,
14.150 e l'occhio vostro pur a terra mira;
14.151 onde vi batte chi tutto discerne».
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