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 PARADISO CANTO 23

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MessaggioTitolo: PARADISO CANTO 23   Dom Feb 08, 2009 1:27 am

23. 1 Come l'augello, intra l'amate fronde,
23. 2 posato al nido de' suoi dolci nati
23. 3 la notte che le cose ci nasconde,

23. 4 che, per veder li aspetti disiati
23. 5 e per trovar lo cibo onde li pasca,
23. 6 in che gravi labor li sono aggrati,

23. 7 previene il tempo in su aperta frasca,
23. 8 e con ardente affetto il sole aspetta,
23. 9 fiso guardando pur che l'alba nasca;

23. 10 così la donna mia stava eretta
23. 11 e attenta, rivolta inver' la plaga
23. 12 sotto la quale il sol mostra men fretta:

23. 13 sì che, veggendola io sospesa e vaga,
23. 14 fecimi qual è quei che disiando
23. 15 altro vorria, e sperando s'appaga.

23. 16 Ma poco fu tra uno e altro quando,
23. 17 del mio attender, dico, e del vedere
23. 18 lo ciel venir più e più rischiarando;

23. 19 e Beatrice disse: «Ecco le schiere
23. 20 del triunfo di Cristo e tutto 'l frutto
23. 21 ricolto del girar di queste spere!».

23. 22 Pariemi che 'l suo viso ardesse tutto,
23. 23 e li occhi avea di letizia sì pieni,
23. 24 che passarmen convien sanza costrutto.

23. 25 Quale ne' plenilunii sereni
23. 26 Trivia ride tra le ninfe etterne
23. 27 che dipingon lo ciel per tutti i seni,

23. 28 vid'i' sopra migliaia di lucerne
23. 29 un sol che tutte quante l'accendea,
23. 30 come fa 'l nostro le viste superne;

23. 31 e per la viva luce trasparea
23. 32 la lucente sustanza tanto chiara
23. 33 nel viso mio, che non la sostenea.

23. 34 Oh Beatrice, dolce guida e cara!
23. 35 Ella mi disse: «Quel che ti sobranza
23. 36 è virtù da cui nulla si ripara.

23. 37 Quivi è la sapienza e la possanza
23. 38 ch'aprì le strade tra 'l cielo e la terra,
23. 39 onde fu già sì lunga disianza».

23. 40 Come foco di nube si diserra
23. 41 per dilatarsi sì che non vi cape,
23. 42 e fuor di sua natura in giù s'atterra,

23. 43 la mente mia così, tra quelle dape
23. 44 fatta più grande, di sé stessa uscìo,
23. 45 e che si fesse rimembrar non sape.

23. 46 «Apri li occhi e riguarda qual son io;
23. 47 tu hai vedute cose, che possente
23. 48 se' fatto a sostener lo riso mio».

23. 49 Io era come quei che si risente
23. 50 di visione oblita e che s'ingegna
23. 51 indarno di ridurlasi a la mente,

23. 52 quand'io udi' questa proferta, degna
23. 53 di tanto grato, che mai non si stingue
23. 54 del libro che 'l preterito rassegna.

23. 55 Se mo sonasser tutte quelle lingue
23. 56 che Polimnia con le suore fero
23. 57 del latte lor dolcissimo più pingue,

23. 58 per aiutarmi, al millesmo del vero
23. 59 non si verria, cantando il santo riso
23. 60 e quanto il santo aspetto facea mero;

23. 61 e così, figurando il paradiso,
23. 62 convien saltar lo sacrato poema,
23. 63 come chi trova suo cammin riciso.

23. 64 Ma chi pensasse il ponderoso tema
23. 65 e l'omero mortal che se ne carca,
23. 66 nol biasmerebbe se sott'esso trema:

23. 67 non è pareggio da picciola barca
23. 68 quel che fendendo va l'ardita prora,
23. 69 né da nocchier ch'a sé medesmo parca.

23. 70 «Perché la faccia mia sì t'innamora,
23. 71 che tu non ti rivolgi al bel giardino
23. 72 che sotto i raggi di Cristo s'infiora?

23. 73 Quivi è la rosa in che 'l verbo divino
23. 74 carne si fece; quivi son li gigli
23. 75 al cui odor si prese il buon cammino».

23. 76 Così Beatrice; e io, che a' suoi consigli
23. 77 tutto era pronto, ancora mi rendei
23. 78 a la battaglia de' debili cigli.

23. 79 Come a raggio di sol che puro mei
23. 80 per fratta nube, già prato di fiori
23. 81 vider, coverti d'ombra, li occhi miei;

23. 82 vid'io così più turbe di splendori,
23. 83 folgorate di sù da raggi ardenti,
23. 84 sanza veder principio di folgóri.

23. 85 O benigna vertù che sì li 'mprenti,
23. 86 sù t'essaltasti, per largirmi loco
23. 87 a li occhi lì che non t'eran possenti.

23. 88 Il nome del bel fior ch'io sempre invoco
23. 89 e mane e sera, tutto mi ristrinse
23. 90 l'animo ad avvisar lo maggior foco;

23. 91 e come ambo le luci mi dipinse
23. 92 il quale e il quanto de la viva stella
23. 93 che là sù vince come qua giù vinse,

23. 94 per entro il cielo scese una facella,
23. 95 formata in cerchio a guisa di corona,
23. 96 e cinsela e girossi intorno ad ella.

23. 97 Qualunque melodia più dolce suona
23. 98 qua giù e più a sé l'anima tira,
23. 99 parrebbe nube che squarciata tona,

23.100 comparata al sonar di quella lira
23.101 onde si coronava il bel zaffiro
23.102 del quale il ciel più chiaro s'inzaffira.

23.103 «Io sono amore angelico, che giro
23.104 l'alta letizia che spira del ventre
23.105 che fu albergo del nostro disiro;

23.106 e girerommi, donna del ciel, mentre
23.107 che seguirai tuo figlio, e farai dia
23.108 più la spera suprema perché lì entre».

23.109 Così la circulata melodia
23.110 si sigillava, e tutti li altri lumi
23.111 facean sonare il nome di Maria.

23.112 Lo real manto di tutti i volumi
23.113 del mondo, che più ferve e più s'avviva
23.114 ne l'alito di Dio e nei costumi,

23.115 avea sopra di noi l'interna riva
23.116 tanto distante, che la sua parvenza,
23.117 là dov'io era, ancor non appariva:

23.118 però non ebber li occhi miei potenza
23.119 di seguitar la coronata fiamma
23.120 che si levò appresso sua semenza.

23.121 E come fantolin che 'nver' la mamma
23.122 tende le braccia, poi che 'l latte prese,
23.123 per l'animo che 'nfin di fuor s'infiamma;

23.124 ciascun di quei candori in sù si stese
23.125 con la sua cima, sì che l'alto affetto
23.126 ch'elli avieno a Maria mi fu palese.

23.127 Indi rimaser lì nel mio cospetto,
23.128 "*Regina celi*" cantando sì dolce,
23.129 che mai da me non si partì 'l diletto.

23.130 Oh quanta è l'ubertà che si soffolce
23.131 in quelle arche ricchissime che fuoro
23.132 a seminar qua giù buone bobolce!

23.133 Quivi si vive e gode del tesoro
23.134 che s'acquistò piangendo ne lo essilio
23.135 di Babillòn, ove si lasciò l'oro.

23.136 Quivi triunfa, sotto l'alto Filio
23.137 di Dio e di Maria, di sua vittoria,
23.138 e con l'antico e col novo concilio,
23.139 colui che tien le chiavi di tal gloria.
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